"Il perché e il percome" dell'ultimo quarto di secolo di vita scolastica

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Titolo"Il perché e il percome" dell'ultimo quarto di secolo di vita scolastica
Tipo di pubblicazioneBook Chapter
Anno di pubblicazione1998
Autore/iPillera G
Titolo del libroTerza Pagina (casualmente così...!)
Paginatura172-176
EditoreLitografia La Rocca s.r.l.
CittàGiarre (CT)
Parole chiave68, autonomia scolastica, intervista, riforma, scuola
Abstract

Se noi studenti, in passaggio per appena cinque anni tra i banchi di un liceo, vi lasciamo un pezzettino di cuore (anche se difficilmente lo ammetteremmo), quanto ne lascia un preside, dopo 24 anni di servizio? Siamo andati a chiederglielo...

Testo completo

"E intanto il tempo se ne va e non sei più la mia bambina..." cantava qualcuno diversi anni or sono. Che ora il Prof. Girolamo Barletta rumini questo motivo in testa pensando al "Michele Amari", o, viceversa, sono le pietre di questa scuola, in un sovrumano moto di miracolosa personalità, a intonare le malinconiche note? C'è di certo che, se noi studenti, in passaggio per appena cinque anni tra i banchi di questo Liceo, vi lasciamo un pezzettino di cuore (anche se difficilmente lo ammetteremmo), quanto ne lascia il Preside, oramai alla nostra "scuderia" da 24 anni? Siamo andati a chiederglielo.

 

Prof. Barletta, lei ha svolto in questa scuola sia l'attività di docente che quella di preside; cosa l'ha appassionata di più?

La passione viene dal contatto vivo con i giovani. Nell'una e nell'altra funzione, mancando gli interlocutori, la professione si inaridisce. E' bello stare in cattedra, o tra i banchi, e colloquiare coi giovani; è altrettanto gratificante ed edificante stare a contatto con questa umanità varia.

Ora si immagini, per un attimo, nelle sue mattinate finalmente libere, seduto alla sua macchina da scrivere per comporre i memories di questi anni di servizio. Cosa ricorderebbe con più piacere?

Dovrei scrivere un libro molto, molto corposo. Ma l'argomento più appassionante è proprio quello di cui parlavamo poco fa: il contatto con un'altra generazione, i contrasti, le armonie, perché è questo che anima la scuola. Una scuola piatta, inaridita su moduli non ha senso. La vita nella scuola è proprio nella varietà di scopi, di intenti e in questa multiforme attività che ogni giorno ti pone problemi nuovi che comunque devi risolvere.

La giornata più brutta e quella più bella.

La giornata più brutta è quella vissuta nel '78, quando fu rapito a scuola - si direbbe me lo strapparono dalle mani - un giovane alunno. La vicenda si è poi conclusa con la restituzione del ragazzo, anche se il padre, purtroppo, è stato ucciso dal dolore. La più bella quando, dopo una notte insonne di trattative col Provveditorato, sono riuscito a rendere autonomo definitivamente il "M. Amari".

Gli studenti e i giovani in generale sono un corpus talmente eterogeneo da sfuggire a qualsiasi classificazione, questo si dice spesso. Ma volendo ripercorrere il suo rapporto con loro, come li definirebbe: un ceto sociale, con tutte le limitazioni del caso, la vostra utenza o i discenti della scuola?

Propenderei per la terza definizione: i giovani non sono un ceto, perché penserei al corporativismo; l'utenza è arida, perché usufruisce di un servizio passivamente. Gli studenti sono i discenti, vengono qui per apprendere e, aggiungo, anche per insegnare, perché il contatto con il giovane dà, il giovane non solo apprende, insegna.

Qual è in questo rapporto il compito di un preside?

Il compito del preside è di raccordo, di mediatore tra una parte, i docenti, che non sono la controparte, l'altra parte, i genitori e gli alunni stessi. L'armonia è il segreto di una vita scolastica veramente tale.

Chi vede nei panni del preside-manager, Cesare Augusto, Elisabetta d'Inghilterra o Bill Clinton?

Bill Clinton sicuramente no, perché è un guerrafondaio. Direi senz'altro Cesare Augusto.

A parte gli scherzi, quali rischi presenta l'istituzione di questa figura che, circolare dopo circolare, va sempre meglio delineandosi? Non c'è il rischio che la sinergia tra questa figura e una realtà che si evolve sempre più verso l'autonomia amministrativa scatti, come una trappola, a soffocare un sistema che, con i suoi pro e i suoi contro, resta perlomeno un sistema di pari opportunità su tutto il territorio statale?

Si è fatto un gran parlare di questo preside manager; ma io credo poco a questa definizione: o il preside è un animatore nato dalla scuola o non è né preside né manager. I rischi? Ci sono: andrebbero meglio disciplinate le competenze del preside perché risultino frenate eventuali intemperanze.

Quale sarà il futuro dell'istituzione scuola?

Si dice comunemente, lo scrivo spesso anch'io, che la scuola è in crisi. La scuola deve essere in crisi: una scuola ferma, stagnante, non è scuola. Essa è lo specchio della società e, siccome la società si evolve nei suoi moduli sempre cangianti, la scuola deve essere sempre in crisi. Se non lo fosse, mi rammaricherei.

In che cosa cambierebbe il Liceo Classico, che sembra spesso lontano dal fornire una preparazione vicina ad un mondo che, come lei stesso ha appena detto, si evolve così rapidamente?

Ha bisogno di pochi tocchi di modernità: la lingua estera in tutte le classi, come abbiamom fatto nel nostro istituto; anzi lingue ne metterei non una ma due. Darei cioé una svolta in più sul piano linguistico moderno. Latino e greco devono restare come sono; a toccare queste materie si rischia di intaccare l'identità più bella di questa scuola.

Il riordino dei cicli?

Una bottiglia vuota.

La riforma degli esami di maturità?

Opportuna, anzi, necessaria.

Parità: un obiettivo democratico o una prospettiva anticostituzionale?

Un obiettivo democratico. I giovani sono tutti uguali ma devono guadagnarsi la parità: anche frequentando una scuola privata devono spendere tutte le loro risorse. Vanno inoltre tenuti d'occhio i "diplomifici" che anzi dovrebbero essere cancellati.

Berlinguer, che lo si voglia denigrare o applaudire, è pur sempre uno dei pochi ministri della P.I. da un po' di tempo a questa parte che ha cercato di smuovere le acque. Naviga seguendo una bussola esatta o il suo progetto rischia di naufragare?

Naviga e con buone intenzioni. Speriamo che queste intenzioni non restino a pavimentare l'inferno: l'inferno, si sa, è lastricato di buone intenzioni.

Oramai dal '68, quasi ininterrottamente, si succedono ogni anno i movimenti di protesta degli studenti. Questi nuovi vespri deegli anni '90 sono sempre motivati e sentiti dagli studenti di oggi come quelli di allora?

No, assolutamente no. C'è una parte dello studentato che vive sul serio le problematiche. Ma c'è anche una massa di vacanzieri, che coglie l'occasione propizia, in caso di autogestione o altro, per gridare alla vacanza.

Ma le autogestioni, le occupazioni, i cortei, insomma tutte le forme di protesta effettuate anche nell'inverno 1997/98, sono spesso l'unico modo per far sentire la nostra voce. O lei prospetta altri efficaci canali di comunicazione con i "piani alti"?

Io abbandonerei l'usato. Le occupazioni, le autogestioni hanno fatto il loro tempo. Farei all'incontrario: utilizzerei i giorni di vacanza per venire a scuola e dimostrerei all'opinione pubblica che i giovani non sono vacanzieri ma cercano il meglio, e il meglio lo si trova sacrificando anche le giornate di riposo.

La differenza fondamentale tra il '68, il riflusso degli anni '70 e le proteste degli ultimi anni?

Io lascio come eredità della mia gestione la pubblicazione dei verbali delle assemblee studentesche del 1968, a cui spesso partecipavano anche i genitori. Meditando sulla vivacità di quelle riunioni e sulla profondità di certe osservazioni, ti accorgerai tu stesso che a vantaggio dei sessantottini c'è molto.

Nel nostro liceo, anche grazie ad una proficua collaboraizone tra discenti, docenti e presidenza, sono molteplici le iniziative culturali a carattere extracurriculare, ma purtroppo non si può dire lo stesso di molti altri istituti. La scuola dovrebbe istituzionalizzare, e quindi formalizzare, questi momenti, oggi definiti "accessori", o dovrebbe lasciare tutto alla libera e più o meno intrapendente iniziativa dei singoli istituti?

Lo Stato, e Berlinguer lo sta facendo, deve promuovere una nuova tipologia di servizio, le cosidette "scuole aperte", fare in modo, cioé, che la scuola, debitamente vigilata, possa essere fruita dai giovani non solo per l'ordinario ma anche per lo straordinario, lasciando però al presside-animatore il compito di coordinare le molte iniziative che voi giovani siete capaci di incentivare.

Le dispiace di andar via?

Non me ne vado via. Mi manda via lo Stato, per lui sono già vecchio.

 

Ringraziamo il Sig. Preside, Prof. Girolamo Barletta, e gli auguriamo un riposo conforme all'impegno speso in questi 24 anni di appassionato lavoro per il nostro Istituto.

 

Giuseppe Pillera

La Sicilia, 5 maggio 1998

G. Barletta, Terza Pagina (casualmente così...!), Giarre (CT), 1998